[Pedro Almaviva]
 


Autoritratto






lunedì, 27 febbraio 2006

And on and on and on

Penso di avere ancora qualche neurone, da qualche parte, nel quale è immagazzinata un'informazione sbagliata: la fiducia pura esiste.
Mi capita ogni tanto di rimanere aggrovigliata in una matassa di parole che girano tutte intorno ad un qualche fraintendimento di un atto o di una frase e, nel fraintendimento, avverto sempre quella sensazione fastidiosa di incertezza, di sfiducia umana - e non puntuale sul fatto in sè - nei miei confronti, come se dovessi saltare in piedi e offrire pronta dimostrazione di chi sono, quali sono i miei sentimenti, i miei pensieri.

Dev'essere qualche residuo di quella fiducia cieca di essere amati e capiti che riponiamo da piccoli nei nostri genitori: una fiducia pura, che non ci dovrebbe costare sforzo - e il condizionale e d'obbligo - almeno non in quella fase della vita e che forse, come tutte le cose dell'infanzia, è una visione parziale e un po' magica di come vanno le cose.

Potrei citare una marea di eventi, a partire dalla mia prima adolescenza - quindi ahimè diversi anni fa - di situazioni in cui sono cascata dalle nuvole nel ritrovarmi faccia a faccia con persone offese o urtate da cose da me dette e fatte.
E questo ci può stare: la sensibilità e la tolleranza sono doti che ha solo chi è capace di guardare una spanna e mezza oltre il proprio naso e non considera le proprie convinzioni come il centro del mondo ma solo come il centro di se stesso, cosa che negli anni passati a me è del tutto mancata, lo confesso. 
Quello che invece patisco è sentirmi in ballo, rimessa in discussione, sentire che devo ripartire da un tot di passi indietro senza mai il beneficio del dubbio.

Sono tentata di scrivere un grosso cartello sul quale elencare tutte le mie caratteristiche, cosa mi piace e cosa no, cosa penso degli argomenti fondamentali dell'esistenza e al verificarsi di un qualche fraintendimento omettere tutto quel fiume di parole che ci vuole ogni volta per spiegarmi e indicare il cartello. Oppure potrei girare un filmato sugli stessi temi, masterizzarlo su cd e darlo ad amici e conoscenti. Ancora più pratico.

Non rimedierei alla sfiducia che avverto, che è la cosa che mi ferisce di più, ma almeno risparmierei il fiato.

Tanto è una cosa destinata a ripetersi ancora.

postato da pedro.almaviva, 17:06 | link | commenti (5)

venerdì, 24 febbraio 2006

Rock Medalist

Lou Reed

AKA Lewis Allen Reed

Born: 2-Mar-1942
Birthplace: Beth El Hospital, Brooklyn, NY

Gender: Male
Ethnicity: White
Sexual orientation:
Bisexual
Occupation: Musician

Nationality: United States
Executive summary: Velvet Underground frontman

Avevo fatto un post favoloso. So che non sta a me dirlo ma era così. Era scritto di getto ma il mouse integrato del mio computer mi ha buttata fuori all'homepage di Google e ho perso tutto.

postato da pedro.almaviva, 10:30 | link | commenti (2)

lunedì, 20 febbraio 2006

Delle chiappe degli sciatori tedeschi e di altri privilegi

Succede che per una volta noi si approfitti dei privilegi legati al fatto che mio padre sia nel comitato di organizzazione dei giochi olimpici. Per il concerto di Paolo Conte tutta la famiglia Almaviva - papà, mamma e sorella - si è riunita al gran completo e si è recata all'evento.

Purtoppo il suzukimarito a causa di problemi familiari che si sono poi risolti non può partecipare.

Si va tutti insieme dicevo e si entra dall'ingresso sud della medal plaza, l'unico aperto al pubblico. Se non che arriva il provvidenziale amico napoletano di mio padre e tra un stretta di mano e un "tuttapposto!" ci fa entrare dall'ingresso degli atleti direttamente davanti al palco.
Ma non davanti nel senso di seduti sulle seggiole con i familiari degli atleti e altri amici fortunelli. No, più avanti, proprio sotto il palco, in braccio a Paolo Conte.

Nell'usufruire di questi privilegi ho pure potuto vedere da vicino alcuni atleti premiati poco prima dell'inizio del concerto: una pletora di muscoli - quelli visibili, ché coi giacconi non è facile - tra cui spiccavano culi perfetti come un'anguria aperta in due.

Tali culi e i loro portatori erano guardati a vista dalle fidanzate dei portatori, tutte caratterizzate da uno sguardo tipo "molla l'osso, questo l'ho visto io per prima".
Naturalmente il privilegio suddetto, dovuto al pass di mio padre, si è esteso al parcheggio: mentre i poveri comuni mortali cercavano posto girando per ore noi abbiamo parcheggiato in c.so San Maurizio, arrivando mezz'ora prima del concerto e andandocene in pochi minuti.

Per la pizza abbiamo poi scelto un posto casualmente vicino alla Casa Russia, dotata di parcheggio anch'esso ad esclusivo utilizzo dei portatori di pass. Peccato non si sia deciso di andare in punti in cui c'è la corsia olimpica: sarebbe stata una goduria sfrecciare con l'auto e fare ciao ciao con la manina dal finestrino a quelli in coda.

Poi gli Almaviva senior hanno deciso di tornare a casa mentre noi siamo andati a tuffarci - letteralmente vista la folla - nella notte bianca.
E subito la realtà di essere un paria senza pass è tornata a farsi sentire, visto che abbiamo camminato parecchio per non infilare la macchina nella bolgia da cui solo i privilegi di cui sopra avrebbero potuto salvarci.

Siamo andati anche al rave di palazzo nuovo, dove l'età media, il volume e la densità umana mi hanno brutalmente ricordato che simili avvenimenti non fanno più per me. Cioè mentre il suzukimarito si faceva largo fra la folla e già puntava direttamente e con disinvoltura verso la consolle del dj, io a metà strada ho dovuto sventolare bandiera bianca: la calca delirante di impasticcati che per di più fumavano (a palazzo nuovo! un posto con l'aria che puzza di stantìo e in perenne debito d'ossigeno anche quando è vuoto) mi ha fatto pronunciare la fatidica domanda.
E la domanda non era: "ma come facevo a fare 'ste cose?" ma bensì "chissà come saranno contenti quelli che devono pulire questo casino".

E in casi come questi bisogna fare attenzione: è un attimo che scattano le pattine lucidanti in casa offerte agli ospiti perché ci poggino le scarpe, diventando tutti pattinatori di figura (di merda ovviamente della padrona di casa) o che si discuta l'aumento dei prezzi con qualche umarel ai giardinetti.

C'è stato anche il pacco dell'amico al quale dici "siamo lontani ma stiamo arrivando ai murazzi" e lui ti risponde "bene quando siete qui richiamami che ti dico dove siamo" salvo poi essere troppo ubriaco per ricordarselo e tradurre la frase agli amici con un "sono lontani, non vengono, andiamo pure a casa".

Mi chiedo se resterà traccia di questi giorni internazionali torinesi; non che mi facciano passare la voglia di esplorare il resto del mondo, ma sarebbe bello sentire sempre parlare in tante lingue diverse in giro per la città, vedere le panetterie del centro aperte servire focaccia calda a tutte le ore anche a costo di fare fatica per trovare un posto dove mangiare - ad esclusione di qualche piola per le emergenze - e non perché chiudono presto ma perchè sono presi d'assalto.

postato da pedro.almaviva, 14:50 | link | commenti (5)

mercoledì, 15 febbraio 2006

Basta poco

Ripensavo all'India oggi.
Anzi ho cominciato a ripensarci da ieri, quando ho saputo che una delle mie insegnanti che avevo ad Ahmadabad, Maheshwariben, è a Parigi e potrebbe - ma non è semplice - venire qui a fare un seminario.

Ci ripensavo perché spesso mi chiedo se ci siano posti che possano farmi sentire veramente a casa come per Lia era il Cairo. A me con l'India è successo, forse perché non mi aspettavo nulla né in positivo nè in negativo, anche se non credo possa essere per me il luogo in cui vivere definitivamente. Ci tornerei anche domani, per fermarmi diciamo un anno e studiare seriamente, ma viverci penso di no.

Io penso che sia sempre un mix di cose a farti stare bene e non necessariamente i posti e i luoghi di per sè. Però è proprio così? O forse nel mix c'è anche IL luogo, quello dove ti senti a casa, ti orienti subito, ti senti centrata su quell'asse portante che passa per lo stomaco e che raramente sbaglia?

Ad esempio lunedì sono andata a Milano: sono uscita di casa con il mio mp3 player sintonizzato sulla radio e ho trovato fishing for a dream dei Turin breaks. C'era il sole, avevo una borsa comoda ma che non pesava un quintale e con dentro quello che mi poteva servire per il pomeriggio.
C'era il sole e mi sentivo leggera: sono arrivata in stazione, ho preso il treno e ho passeggiato per Milano fino alla destinazione dell'appuntamento. Un gesto, quello di prendere il treno per andare a Milano, fatto centinaia di volte in un passato lavorativo decisamente più triste e cupo. E però forse ero io più triste e cupa e odiavo Milano, mentre l'altro ieri Milano mi sembrava Parigi. E questo non è che un esempio.

Quello che so è che non si possono fare non scelte: cioé stare dove si è senza sapere quanto vale e quanto ci piace veramente da adito a troppi "e se avessi" coi quali prima o poi si devono fare i conti.
E la mia mente fa percorsi già troppo astrusi da sola per ficcarci dentro anche tutti quei puntini di sospensione.

postato da pedro.almaviva, 15:17 | link | commenti (1)

martedì, 14 febbraio 2006

Puntare il medio contro l'oppressione

Daniela Santanché si da alla letteratura e in particolare alla saggistica, scrivendo un libro sulle donne e l'Islam.

In questi giorni si straparla tanto e con una faciloneria sconvolgente di cose che da queste parti si conoscono poco e male, per cui questo indispensabile libro ci sta come il cacio sui maccheroni della crassa ignoranza nazionale su questi temi.

E a coronamento di tutto ciò c'è l'illuminante intervista all'autrice pubblicata da Il Giornale.

postato da pedro.almaviva, 14:20 | link | commenti

giovedì, 09 febbraio 2006

Stai a guardare il Capello

Non è solo l'allenatore forzaitaliota - ha partecipato alla "convenscion" dei giovani di Forza Italia dove ha pianto pensando alla bellezza del futuro che ci attende con Berlusconi - fascista e portatore sano di cittadinanza svizzera per non pagare le tasse di una delle squadre più vili, schifose, imbroglione e imbottite di farmaci della storia del calcio italiano.

No no no.

Egli è anche fine conoscitore della storia contemporanea nonché intitolato a parlare di argomenti di una certa caratura.

Deve essere per questo che Capello ha tessuto le lodi di Francisco Franco nell'ultima intervista a La Repubblica.

postato da pedro.almaviva, 11:17 | link | commenti (3)

lunedì, 06 febbraio 2006

Parole in prestito

Prese da Lia, anzi dalla sua riposta su Macchianera, sulla vicenda delle vignette.

Ovviamente sui nostri giornali la vicenda è apparsa così: "pubblicate vignette anti islam. a fuoco ambasciate danese/norvegesi etc. etc e integralisti che invocano la morte dei vignettisti".
Cioé vista così gli islamici sono pazzi furiosi e da una parola in su diventano bestie senza controllo.

Lei ha un altro punto di vista. Condivido in buona parte quello che dice, soprattuto quando ricostruisce, nelle prime righe, ciò che è esattamente accaduto e non quella ammucchiata di panzane che hanno scritto sui nostri giornali e che si vedono in tv.

Poi io resto dell'idea che quando cominci a dare fuoco alle cose passi dalla parte del torto, ma si tratta di un torto al quale sono arrivati per esasperazione dopo vari mesi di richieste civili di scuse.
E le scuse non erano perché i vignettisti avevano prodotto vignette anti-islam. Ne vengono pubblicate parecchie in tutto il mondo e mica questi danno fuoco alle ambasciate.
Le scuse erano perché, per ammissione esplicita del giornale danese, si voleva disegnare la faccia del profeta dell'Islam "proprio perché è proibito farlo".

Così non è satira, è scherno. E per me non è la stessa cosa.

Il caso non è nato come protesta verso la nostra libertà di espressione o di satira: la stampa mondiale è piena di pubblicazioni e vignette che si fanno tranquillamente beffe dell’Islam senza che succeda assolutamente nulla.
Il caso è nato perché in Danimarca è stato lanciato un concorso che aveva come unico scopo quello di ottenere raffigurazioni della faccia di Maometto, solo e soltanto per la volontà di aggredire un punto assolutamente centrale del sentire di qualsiasi musulmano.
Non esiste altro messaggio, in quelle vignette, al di fuori di questo. Il messaggio - l’unico - è: “Disegno il volto del Profeta esclusivamente perché so di fare una delle cose che più possono ferirti”.

Noi raffiguriamo costantemente Dio, cosa proibita dall’ebraismo e dall’islam. Ma, per quanto il Dio sia lo stesso per tutte e tre le religioni, né gli uni né gli altri protestano.
Se, tuttavia, domani un giornale decidesse di esibire immagini di Dio al solo ed esplicito scopo di farsi beffe della proibizione ebraica di raffigurarlo, la cosa susciterebbe notevoli proteste.
Dice: “Sì, ma protesterebbero più civilmente.”
Dico: “Certo, perché verrebbero ascoltati subito, sarebbe assolutamente chiaro l’intento discriminatorio di un simile gesto e, di conseguenza, non ci sarebbe motivo di fare trascendere la protesta”.

I musulmani hanno cercato di spiegarlo per mesi, qual era il problema, e in tutti i modi civili e democratici possibili. Ci hanno provato le associazioni, ci hanno provato 10 ambasciatori e non sono riusciti a farsi ascoltare. Eppure sarebbe bastato un innocuo quanto civile riconoscimento dell’offesa prodotta per chiudere l’incidente.
Non la chiusura del giornale, non l’arresto dei vignettisti, non la cessazione della libertà di stampa.
Delle semplici scuse di una società civile verso una categoria di cittadini deliberatamente offesa su un punto centrale della loro identità.
Non mi pare una richiesta inaccettabile.

Allora si è passati al boicottaggio delle merci danesi. Ora: il boicottaggio delle merci è un gesto politico assolutamente civile e legittimo. Ricordo perfettamente il boicottaggio spagnolo alle merci italiane per rappresaglia contro di noi all’epoca del caso dell’olio di colza, e non mi pare che nessuno si sia stracciato le vesti per questo né si sia sentito particolarmente ricattato.
Il boicottaggio ha funzionato meglio della semplice comunicazione tra gentiluomini e le scuse sono arrivate.
Con loro, però, è arrivato il can-can mediatico della “libertà di stampa offesa” che - e vorrei tanto essere creduta - non può non apparire ipocrita e pretestuosa a qualsiasi normale musulmano, di questi tempi e in questo contesto. E, alla base dell’incazzatura - che, per quanto strumentalizzata in certe sue manifestazioni è comunque assolutamente profonda e genuina nel sentire generale e, chessò, dei miei ex 400 alunni, per esempio - c’è lo stesso sentimento che proverebbe una vittima di mobbing i cui persecutori si appellassero alla libertà di espressione.
Questo è quanto.

C’è un errore di percezione notevole, infine, nell’associare l’incazzatura sulla vicenda agli “integralisti islamici mondiali”.
Per avere un’idea del sentimento che si è andato a ferire dovremmo immaginare, chessò, gli arabi che si mettono a esibire gigantografie della Madonna in posizione ginecologica che partorisce Gesù mentre un medico si stupisce per la bizzarria dell’imene intatto. Il tutto fatto con l’intento di provocare non tanto noi così come siamo oggi, ma i nostri genitori o nonni che, in Dio, ci credevano davvero.

E’ facile e consolatorio pensare di avere offeso solo gli assassini, i demolitori di grattacieli o degli illiberali tizi barbuti.
La realtà, purtroppo, è che questa storia fa l’effetto di uno schiaffo in piena faccia persino a me, che non sono musulmana e ho avuto la semplice ventura di viverci, in un paese arabo. Posso immaginare benissimo quali siano i sentimenti di tutte le persone che ho in mente, dagli studenti ai colleghi, dai vicini ai negozianti, di tutti.

Stiamo commettendo un errore, ritengo.
Un errore sciocco che le semplici buone maniere avrebbero potuto tranquillamente evitare.

postato da pedro.almaviva, 11:45 | link | commenti (8)

Rocco Siffredi testimonial...

...della patata.

Anzi di una marca di patatine fritte (credo Amica Chips).

E se pensate che il doppio senso non venga utilizzato perché sarebbe troppo ovvio, sbagliate.

L'incipit è: "Io di patatine ne ho prese tante...". Lui è pure vestito con una vestaglia in raso rossa coi bordi neri di quelle che solo nei film porno dei suoi o, nella migliore delle ipotesi, in un para-soft porno ambientato in piscina e con tanto di conigliette di playboy.

Qui il video dello spot.

postato da pedro.almaviva, 09:26 | link | commenti (7)

giovedì, 02 febbraio 2006

Ovvietà

La mia è forse una reazione particolarmente banale al sole e al bel tempo. Oltre all'umore che migliora, provo l'irresistibile impulso di compare fiori.

E in particolare questi.

postato da pedro.almaviva, 11:17 | link | commenti (8)

mercoledì, 01 febbraio 2006

Now I get it

Ripubblico l'analisi di Michelguglielmo Torri, già presentata da Lia ma che mi ha convinta per la coerenza e la linearità del pensiero. Continuo personalmente a non condividere la scelta dei palestinesi di eleggere Hamas, però adesso mi è molto più chiaro perché lo hanno fatto.

Cari amici,
così Hamas ha vinto le elezioni legislative in Palestina. I nostri media si strappano i capelli e ci propongono interviste illuminanti. Ho appena sentito il giornale radio delle 8,45: sono stati intervistati un giornalista di Ha'aretz e il noto ideologo neocon Daniel Pipes. Evidentemente, il ventaglio delle possibili interpretazioni passa fra una sinistra, rappresentata da un giornalista israeliano, e una destra, rappresentata da un neoconservatore americano.

Quest'ultimo ha fatto un'affermazione rivelatrice (di cui, però, solo la prima parte è stata riportata dai giornali, almeno nella lettura che ne è stata data a "prima pagina" di oggi). "La vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina - ha detto Pipes - sono come quelle di Hitler in Germania nel 1933 o come quelle di Salvador Allende in Cile nel 1970". Naturalmente è la parte in corsivo che non viene riportata. Dopo tutto, se la leggessero, molti di noi "rizzerebbero le orecchie". Allende era un Hitler? O era un democratico che voleva sottrarre il suo paese all'egemonia politica ed economica americana? Allora, la vittoria di Hamas è come quella di Hitler o è come quella di Allende? Spero che converrete con me che la differenza non è poca.

Ciò detto, dato che tutti "riflettono" sulla vittoria di Hamas e che tutti dicono la loro, che ne abbiano titolo o meno, lasciate che anch'io dica la mia. Come storico incomincerei con una riflessione storica. Le trattative di Camp David del 2000 fallirono perché gli israeliani, sostenuti dagli americani, non erano disposti ad accettare il minimo richiesto da Arafat. Cioè la costituzione di uno stato palestinese sui territori di Gaza e della Cisgiordania occupati da Israele nel 1967. Arafat era disponibile a scambi di territorio su basi paritarie, a lasciare a Israele i quartieri ebraici di Gerusalemme Est (illegalmente costruiti dopo il 1967), a cedere il quartiere ebraico e, probabilmente, anche quello armeno della città vecchia e, infine, a cedere il muro del pianto a Israele. Inoltre, Arafat chiedeva un'accettazione di responsabilità da parte di Israele per il ruolo nel determinare la creazione del problema dei profughi nel 1947/49 e nel 1967, una richiesta a cui si accompagnava una sostanziale elasticità sulla questione concreta del ritorno di tali profughi in Israele.

Arafat, nel prendere queste posizioni, aveva già esplicitamente riconosciuto che il 78% della Palestina mandataria, compresa Gerusalemme Ovest, era ormai parte integrante dello stato di Israele. Voleva quindi avere il restante 22%. Gli Israeliani e gli americani, invece, impostarono Camp David sull'idea che l'argomento del contendere fosse come spartire quel 22% della Palestina mandataria che formava i territori occupati nel 1967. Un'impostazione che faceva a pugni con il diritto internazionale (che, evidentemente, non vale né per gli americani, né per gli israeliani). In base a questa peculiare impostazione, le condizioni capestro di Barak (che, fra l'altro, comportavano, per riconoscimento dello stesso Barak, una Cisgiordania palestinese priva di continuità territoriale) poterono venir presentate come la "generosa offerta" che solo l'irragionevolezza di Arafat poteva rifiutare.

Il risultato di questo modo di procedere è stato che il nazionalismo laico palestinese è stato umiliato e sconfitto. Ci sono state, è vero, alcune voci isolate che, anche in Israele, ricordavano che, se non ci si accordava con il nazionalista laico Arafat, il risultato sarebbe stato che al suo posto, ci si sarebbe trovati come controparte gli islamisti di Hamas. Ma, naturalmente, nessuno ha mai dato retta a tali voci. Si è preferito, invece, demonizzare Arafat e delegittimare al-Fatah. Secondo l'illustre storico Benny Morris, di fatto non c'è mai stata alcuna differenza fra Arafat e al-Fatah da un lato e gli islamisti di Hamas e del Jihad islamico dall'altra: entrambi hanno sempre voluto distruggere israele.

Insomma, i palestinesi hanno a suo tempo tentato una trattativa partendo da posizioni di ovvia ragionevolezza. La risposta è stata, come si è appena ricordato, la demonizzazione e l'emarginazione del leader che incarnava quell'ovvia ragionevolezza e, subito dopo, la guerra ad oltranza condotta da Sharon contro i palestinesi.

Ora, i palestinesi, hanno deciso di cambiare cavallo. Hanno votato per Hamas, che non riconosce lo stato di Israele. Fallita, cioè, la via della moderazione perseguita da al-Fatah, la risposta dei palestinesi è stata di passare la mano ai massimalisti di Hamas. Ma, al di là delle posizioni teoriche, Hamas ha sempre dimostrato un alto grado di pragmatismo (in caso contrario non sarebbe ora dove si trova). Hamas, quindi, tratterà con Israele. Ma lo farà partendo da zero, non con la concessione a priori del 78% della Palestina. Personalmente non ho alcun dubbio che l'obbiettivo reale che Hamas si pone sia lo stesso di Arafat: uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967. Ma sarà una trattativa in cui nulla sarà dato per scontato. A quel punto, forse, l'irragionevolezza della posizione degli israeliani, che si ostinano a mantenere 440.000 coloni nei territori occupati, che rivendicano la parte araba di Gerusalemme, che vogliono rosicchiare parti ulteriori di quel misero 22% di Palestina che i palestinesi rivendicano come loro, che si rifiutano di accettare le loro responsabilità per la pulizia etnica del 1947/48 risulteranno essere ciò che sono: non posizioni di grande generosità, bensì posizioni irragionevolmente e meschinamente estremiste.

Nella situazione che è oggi venuta in essere in Palestina, quali alternative vi sono? Schiacciare Hamas con strumenti militari? Sharon ha certamente cercato di farlo negli ultimi cinque anni. Con il risultato che ora si è visto. L'unica via all'eliminazione di Hamas sarebbe l'eliminazione del popolo palestinese. Il che, però, allo stato attuale delle cose, sembra ancora un obiettivo un po' difficile da raggiungere (ma, chissà?, forse col tempo ci si arriverà). Quindi, al momento, rimangono solo due possibilità: la continuazione della guerra all'infinito (o fino al genocidio dei palestinesi) o la pace con Hamas. Sia gli israeliani, sia i loro amici americani e europei, che con il loro incondizionato appoggio politico e economico sono corresponsabili dell'avventurismo israeliano, farebbero bene a rendersene conto e a trarne le conclusioni logiche.
Che poi non si tratti con i "terroristi" era un'obiezione che venne fatta anche a De Gaulle al tempo della guerra d'Algeria. Il nazionalista francese De Gaulle rispose: "Si tratta con chi ci combatte"; e non solo accettò l'indipendenza dell'Algeria, ma liberò la Francia dall'incubo di un'atroce guerra coloniale.

Cordialmente.
Michelguglielmo Torri

postato da pedro.almaviva, 09:11 | link | commenti (9)